Acqua sotto i ponti
Calabria, inizio anni cinquanta.
Su una stradina dell'Aspromonte vengono trovati i corpi di due operatori dell'Istituto Luce, uccisi a colpi di pistola.
Il comandante della locale Stazione dei Carabinieri non riesce a concludere le indagini per il sopravvenire di una rovinosa alluvione.
Trent'anni dopo, nel paese ricostruito a poca distanza dal precedente, il nuovo maresciallo dei Carabinieri, Giuseppe Gattullo, viene sollecitato a riaprire le indagini. Lo fa con l'aiuto della magara del paese, e riporta alla luce un passato oscuro e tragico, un intreccio inestricabile di vicende private e storiche, dolorose faide familiari e amori segreti.
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Parte Prima
Villalba, agosto 1951
Capitolo I
La chiamavano "Littorina". Era un convoglio di pochi vagoni trainati dal primo, apparentemente uguale agli altri, che da qualche parte nascondeva un motore diesel.
Quella tratta della linea Jonica non era ancora elettrificata, o forse sarebbe meglio dire che non era elettrificata, perché non sembrava ci fosse alcuna intenzione di farlo. L'unico binario, che correva lungo la massicciata riarsa, sembrava messo lì più per segnare il limite delle spiagge sabbiose che costeggiava, piuttosto che per collegare i paesini che attraversava.
La littorina arrancava a stento, mai sicura di raggiungere la stazione successiva. A ogni sosta sembrava raccogliere le forze, poi ripartiva rumorosamente, lanciando un lamentoso avvertimento nella calura pomeridiana e si lasciava alle spalle un altro borgo assonnato.
Faceva molto caldo. Un'afa che incollava addosso gli abiti umidi. Ai piedi della massicciata il mare, azzurro e fermo, era una tentazione irresistibile che aumentava il senso di calore dei passeggeri. Erano pochi, in verità, non più di una decina, tutti immersi nei propri pensieri.
Il maresciallo Carmine Vinci aveva dovuto fare più di quindici anni di servizio, prima che al Comando si decidessero a fargli reggere una Stazione nella sua terra d'origine. Ma Vinci aveva sempre fornito prova d'attaccamento al dovere e indiscussa rettitudine. Si poteva provare a mandarlo in Calabria. Anche perché non c'erano tanti sottufficiali capaci da spedire laggiù.
Per essere già maresciallo, Vinci era piuttosto giovane, non arrivava ai quaranta, e con la divisa addosso si sentiva a proprio agio. Ed eccolo lì, sulla littorina asmatica, ad affacciarsi al finestrino ogni volta che il treno rallentava, per controllare se fosse arrivato il momento di scendere.
Dalla stazione avrebbe dovuto proseguire con un'auto pubblica, se l'avesse trovata, a meno che dalla caserma dei Carabinieri di Villalba non avessero mandato qualcuno a prenderlo. La sua destinazione finale, Villalba appunto, un piccolo paese alle falde dell'Aspromonte, distava ancora alcune decine di chilometri.
Vi giunse quasi a sera sul vecchio fuoristrada, residuato bellico americano, in dotazione alla Stazione.
I suoi uomini, un appuntato e quattro carabinieri, l'aspettavano in silenzio. Solo l'appuntato era più anziano di lui e nessuno aveva moglie. La piccola caserma si presentava bene, anche per la cura che ne avevano avuta i comandanti che lo avevano preceduto.
Si mise a letto stanchissimo. L'indomani avrebbe dovuto presentarsi alle varie autorità del paese: sindaco, parroco, farmacista, medico... no, il medico non l'avrebbe trovato, al Comando di Compagnia gli avevano detto che era a Roma, dalla figlia, dove si sarebbe trattenuto per qualche tempo.
Nei primi anni Cinquanta in Calabria si viveva poveramente, impegnati ancora a lasciarsi alle spalle i segni della guerra.
Quando arrivavano le elezioni, i politici parlavano alle piazze da palchetti montati all'ultimo momento, e il furgone dell'Istituto Luce visitava ancora i piccoli paesi sparsi sulle montagne per proiettare le novità della "Settimana Incom". Novità che, quando andava bene, risalivano almeno a sei mesi prima.
Quelli dell'Istituto Luce arrivavano spesso inattesi, tra la diffidente curiosità di gente che lasciava il paese solo per andare sotto le armi. Trovato un posto adatto alla proiezione, una strada abbastanza ampia e possibilmente in leggera discesa, gli operatori bussavano all'uscio della caserma dei Carabinieri o del Municipio, spiegavano il motivo della loro presenza e, accompagnati dall'autorità di turno, stendevano in fondo alla strada un gran lenzuolo. Poi facevano un giro del paese per annunciare l'evento.
Quindi aspettavano la sera, perché ci fosse il buio necessario alla proiezione.
Pian piano, l'improvvisata platea si riempiva di sedie dalle forme più varie, ma generalmente col fondo di corda intrecciata, portate dalle donne del paese. Sui balconi vicini allo schermo si preparavano le postazioni privilegiate. Si cenava presto, rapidamente. Poi tutti fuori, ad attendere il "cinema". Le donne già sedute a chiacchierare tra loro, e gli uomini a fare sfoggio d'impacciata indifferenza.
Il rumore del proiettore e l'incerto sonoro venivano presto sopraffatti dai «comincia, comincia... state zitti...», in un brusio eccitato destinato a spegnersi nel silenzio religioso che seguiva allo scorrere sul telone dei visi, ignoti ai più, dei personaggi della "Settimana."