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Copertina di Cenerentola in tacco dieci
Romanzo

Cenerentola in tacco dieci

Cosa mai possono avere in comune un paio di scarpe da donna agganciate per i tacchi a una ringhiera, con uno psicologo e un capitano dei Carabinieri?

Difficile immaginarlo. Ma la vita è imprevedibile, e proprio le scarpe legano i due uomini con un sottile filo, fatto di riluttanti omissioni, e di sorprendenti scoperte del variopinto universo femminile, dove non c’è nulla di scontato, e tutto è possibile. E se è lo psicologo a scorgere le scarpe nella loro singolare esposizione, il capitano se le ritrova tra gli effetti personali della loro proprietaria, quando questa viene scoperta senza vita in un appartamentino in centro città.

Mentre si sviluppano le indagini, condotte da un maresciallo dell’Arma, l’ufficiale si gioca la carriera, e lo psicologo impara sul genere femminile più di quanto non gli abbia insegnato la professione.

Loro, le donne della storia, semplicemente esistono.

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Prologo

Erano agganciate a una bacchetta della inferriata sul muro di cinta della biblioteca comunale, come fossero esposte in vetrina. Ma la vetrina non c'era, ed esse guardavano verso l'interno, affacciate sul cortiletto che separava il cancello dal portone d'ingresso, sollevato di qualche gradino.

Due scarpe da donna, nere, eleganti. Col tacco alto, da sera. Non erano scarpe per andare in biblioteca, quelle. Non ce le vedeva proprio sui gradini verso cui erano rivolte. No! Pretendevano lo scalone di una villa elegante, un ristorante alla moda, un teatro; e, naturalmente, le gambe nervose di una sofisticata signora, snella e altera, col suo bell'abito aperto sulla schiena.

Carlo si arrestò, stupito, a osservarle, e poi si guardò intorno, per il caso che la proprietaria potesse essere ancora in vista. Ma non vide altro che una coda di auto, ferme al rosso del semaforo sull'incrocio con la via principale. Alzò lo sguardo verso il portone d'ingresso della biblioteca, ancora aperto, da cui filtrava la voce amplificata del conferenziere di turno. "Aschenez e la fondazione di Rhèghion, tra mito e storia millenaria", recitava la locandina esposta in cima alla scala. Niente! Nulla che sembrasse poter avere un collegamento con le scarpe. Se ne ritrovò una in mano senza accorgersi di ciò che stesse facendo: era piccola, di pelle pregiata, morbida, accogliente; e lucida, come se fosse stata appena acquistata. Si guardò ancora intorno, e incrociò lo sguardo incuriosito, e malevolo, gli parve, di un uomo seminascosto da uno degli alberi che punteggiavano l'altro ciglio della strada. Sembrava di cattivo umore, come un marito che attenda la moglie impegnata in una conferenza, in biblioteca appunto, considerò. Evidentemente, si sentiva in grado di sopravvivere anche senza conoscere la storia della fondazione della città! Sorrise al pensiero, e rimise a posto la scarpa, riagganciandola all'inferriata, accanto alla compagna.

Riprese la via di casa, mentre una inquietudine nuova gli cresceva dentro. Era come se quelle scarpe abbandonate in bella mostra pretendessero qualcosa da lui. Fu tentato di tornare sui propri passi, e tirare diritto gli costò non poco.

Viveva da solo, Carlo Alfieri. Non avrebbe saputo dire se fosse stata una scelta consapevole quel celibato, mantenuto ad onta delle sollecitazioni della madre che avrebbe voluto vederlo "sistemato" prima di chiudere gli occhi. Così, quando fu entrato in casa, il suono dello scatto della serratura ne attraversò, indisturbato, gli ambienti vuoti e bui. Non era lontano dalla biblioteca, e forse dal balcone della cucina, si disse d'impulso, avrebbe potuto inquadrarla ancora. Non si sbagliava, infatti, constatò di lì a poco, affacciandosi all'esterno. Ma oramai era quasi calata la sera, e della biblioteca non riusciva a distinguere neppure l'inferriata. Figurarsi le scarpe!

Rientrò, chiudendosi alle spalle l'umidità della sera, ma non l'inquietudine.