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Copertina di Hotel Aspromonte
Romanzo

Hotel Aspromonte

Calabria, primi anni novanta del secolo scorso.

L'Aspromonte è terra di sequestri, un hotel affollato di dolori e speranze. Dei suoi ospiti, alcuni si conoscono da tempo e altri vi si incontrano per la prima volta. Le loro storie si intrecciano, o si interrompono, un po' per caso e un po' per necessità, così come accade nella vita.

La montagna, equanime, accoglie tutto nel proprio grembo: le speranze e le follie degli umani, i loro sacrifici e le loro malvagità, il bene ed il male. Osserva ciò che accade con l'occhio distaccato di chi non si sorprende più dell'incapacità dell'uomo di imparare dal passato.

Le vite dei personaggi, ciò che è vero e ciò che vero non è, i fatti e l'ombra riflessa dei fatti si inseguono e si schermano a vicenda, sul sentiero di una verità che scivola tra le dita.

Qualcuno dovrà pagare per i propri errori, qualcuno si rifugerà nella nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, qualcuno imprecherà per la fatica sprecata.

Solo la Montagna resterà immutata, testimone e custode dei propri misteri.

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Capitolo primo

Calabria, Aspromonte. Anni Novanta.

Alto, distinto, quasi flemmatico, don Cesare doveva aver superato da poco i settanta. Percorreva la strada principale del paese lentamente, assaporando il rispetto che trasudava da ogni saluto ricevuto, dalle ostentate levate di coppola ai più sussiegosi e discreti, ma non per questo meno riguardosi ossequi dei pochi che fingevano di non temerlo.

Passo dopo passo, le sue scarpe costose e lucide si posavano decise sul ciottolato, accarezzandolo con la voluttà del possesso.

Gli occhi, sereni e scuri, scivolavano compiaciuti sulle sue strade, le sue case, la sua gente.

All'apice del potere, era il padrone indisturbato di tutta la vallata, ed oltre. Su in paese, poi, non c'era davvero nulla che sfuggisse al suo controllo. A sera, riferendogli dei suoi tanti interessi, i suoi uomini -che teneva duramente sottoposti- ne attendevano con rispetto gli ordini o rendevano conto, con malcelata ansietà, delle decisioni che per l'urgenza avevano dovuto prendere su due piedi.

Non era contento, don Cesare.

La faccenda di Montana rischiava di creare problemi. Ci pensava da giorni, ormai. Troppa gente in montagna e, soprattutto, troppa per strada, troppi controlli, troppi sbirri. Non che li temesse davvero. Era un uomo importante, lui, e sapeva vivere. Da tempo aveva preso le opportune precauzioni per non avere più fastidi di tanto. Ma bisognava anche salvare la faccia, e questa era un'altra faccenda.

Varcò la soglia di casa ancora assorto, con un vago senso di fastidio. Aveva provato a sondare anche gli amici dell'altra parrocchia, come gli piaceva chiamare gli sbirri, ricavandone solo qualche silenzio equivoco, come se pensassero davvero che nella scomparsa del giovane Montana lui potesse avere un ruolo. Era ormai tempo di sviare l'attenzione dalla sua zona, prima che le cose si incasinassero.

Sua moglie non era donna da far domande, e se pure le avesse fatte, non avrebbe ricevuto risposta. Anche quel pomeriggio, vedendolo riuscire col passo spedito di quando aveva preso una decisione importante, si limitò a un'occhiata di saluto.

Don Cesare guidava sciolto, concentrato a non commettere infrazioni, anche se le sue auto erano ben conosciute nella zona e difficilmente qualcuno lo avrebbe fermato.

Una volta in città, scese al Punto Sip, consultò alcuni elenchi telefonici, e su un piccolo pezzo di carta gualcito annotò a matita il numero di telefono dei Montana, su in Emilia.

Era stato certamente messo sotto controllo. Era giunto il momento di farne l'uso giusto!

E pensavano di essere dritti... gli veniva da ridere al pensiero del servizio che quel controllo gli avrebbe reso!

Quella notte, a casa, tirò fuori dall'armadio il piccolo registratore portatile che solitamente usava per controllare, non visto, cosa si dicevano i suoi uomini nei momenti in cui credevano di non essere ascoltati dal boss.

Ci collegò il microfono, e dettò un messaggio, avendo cura di rallentare lo scorrimento del nastro, in modo che la sua voce ne risultasse falsata. Quindi, lo riavvolse e ascoltò il messaggio.

No! La voce risultava troppo accelerata, quasi incomprensibile. Dovette ripetere più volte l'operazione, prima di sorridere soddisfatto: un tono innaturale, un po' stridulo, ma comprensibile. Poteva andare, si compiacque.

Il giorno dopo partì di buon'ora. Raggiunse una cabina telefonica isolata, nei pressi di una sperduta stazioncina ferroviaria sulla Costa Jonica, e parcheggiò l'auto accostando la targa posteriore a una siepe, perché non fosse visibile.

Si guardò un attimo intorno e, rassicurato dall'assenza di passanti, s'introdusse nella cabina col registratore in una busta di plastica pesante. Sarebbe stata una cosa veloce, e probabilmente nessuno avrebbe fatto caso a un uomo dentro una cabina telefonica. Dando le spalle alla strada, compose il numero dei Montana. Alla risposta, accostò il microfono del telefono al registratore, e avviò l'ascolto. Alla fine, attese qualche secondo prima di riagganciare, perché potessero individuare l'apparecchio chiamante.

Quindi, venne fuori dalla cabina, salì in auto, si sfilò i guanti che aveva avuto cura di calzare, e tornò in paese dalla strada della montagna

Il giorno dopo, dalla finestra che guardava sulla strada vide sfilare il furgone della Polizia che portava in Aspromonte degli uomini per le battute alla ricerca del sequestrato.

Erano ormai più di dieci giorni, che si impegnavano a risalire per quei dirupi antichi che li schernivano, inciampandone continuamente la marcia con gli arbusti bassi e spinosi che li punteggiavano.

Centinaia di metri più in alto la Montagna, eterna e severa, brontolava il suo fastidio, ammantata di nuvole basse e gonfie di pioggia.

L'ispettore Morena imprecava tra i denti, incitando gli agenti a seguirlo in linea aperta, per rastrellare più rapidamente l'intera area assegnata alla loro squadra.

Le probabilità di trovare qualcuno nascosto in quelle forre, tra i canaloni impervi e il sottobosco, erano ridicole. Ma gli ordini erano stati chiari. Da quando quel ragazzo era scomparso, gli occhi dell'intero Paese erano puntati su di loro, aveva declamato il signor Questore per farli consapevoli dell'importanza delle loro ricerche.

Sul crinale a destra, in alto, un pastore pesantemente appoggiato al proprio bastone, la coppola consunta ben calcata in testa, seguiva i loro impacciati movimenti ormai da più di un'ora, durante la quale la squadra di Morena aveva battuto poco più di un chilometro.

La faccia di pergamena bruna, avvizzita dal sole e ruvida di barba ispida, riduceva a una fessura gli occhi, solo apparentemente assenti.

«Io gli sparerei, a quello stronzo», sbottò Morena, indirizzandogli un'occhiata malevola.

Come l'avesse sentito, il pastore stirò la ferita delle labbra in un taglio beffardo, dando aria a grandi denti selvaggi, anneriti dal tabacco.

Arringò1 le poche capre che stava pascolando verso un vicino bosco di lecci, e scomparve anche all'osservazione dell'elicottero della Polizia che appoggiava dall'alto l'operazione, in raccordo con gli uomini impegnati in quella ennesima scampagnata.

Pochi minuti dopo, uno sparo echeggiò tra gli alberi del vallone vicino, e fece appiattire a terra tutta la squadra.

Come gli altri, anche Morena immerse il naso nella foresta di fili d'erba che ricopriva il fianco della montagna, le orecchie percorse dall'eco cattiva dello sparo.

L'ispettore tentava di ristabilire il contatto radio con l'elicottero, che aveva scelto proprio quel momento per svolazzare da qualche altra parte. Mai presenti quando servono, questi fottuti baroni dell'aria, recriminava, urlando nel microfono della radio portatile: «Lince tre chiama Falco, Lince tre chiama Falco... che fantasia!»

«Dottore, sono Morena», sbottò infine, sperando che il funzionario sull'elicottero potesse sentirlo, «qualcuno, forse un pastore, ci ha sparato addosso. Dove siete?»

Almeno il pilota doveva averlo sentito, perché, con una brusca virata, l'elicottero riguadagnò la verticale sulla squadra a terra; poi, a bassa quota, si mise a volare in circolo, all'inutile ricerca di un qualche movimento strano.

«No, non c'è nessun ferito», rispondeva intanto alla radio Morena che, rincuorato dal fragore delle pale del velivolo, aveva fatto rialzare i propri uomini.

Provarono, per pura facciata, a individuare l'origine dello sparo. Ma non ne ricavarono nulla. Chi lo aveva esploso poteva trovarsi anche abbastanza distante.

La vegetazione e le prime ombre della sera fecero il resto.

  1. Gesto tipico del pastore che emette un fischio acuto, accompagnandolo con ampi movimenti del bastone per indurre gli animali al pascolo nella direzione voluta.