Da qualche tempo, il signor Augusto avvertiva un disagio esistenziale che lo prendeva alla gola.
Lo avviliva notare le tracce malevole del tempo sul corpo e sul carattere di persone che non incontrava da molti anni, come se sovrapporre la vecchia foto alla nuova immagine gli desse una vertigine. Era stupefacente e ingiusto.
Stupefacente l’effetto di quelle rughe che segnavano la pelle una volta tonica e luminosa; ingiusto, perché non ne trovava la motivazione etica. Quale senso aveva quell’inesorabile consumarsi?
Non che non ne capisse la ragione genetica: gli era ben chiara! No! Era il perché filosofico a sfuggirgli.
Aveva settant'anni, il signor Augusto, e si sentiva sopraffatto dal rammarico di opportunità ormai perdute: una vigorosa nuotata, una corsa liberatoria, una nottata a far bagordi, una donna non amata: insomma, tutto ciò che adesso gli era non più possibile e di cui all’epoca non aveva apprezzato il valore. Quella consapevolezza tardiva lo consumava.
Adesso, a piedi come d'abitudine, stava percorrendo il tragitto che lo separava dalla sede della ditta per cui lavorava, in centro cittĂ . Tra un pensiero e l'altro, seguiva le linee delle mattonelle del marciapiedi che quasi sempre segnavano angoli retti, regolari, gli uni uguali a tutti gli altri.
Lo infastidivano un po' le larghe foglie dei platani che punteggiavano il bordo della strada, perché interrompevano la geometria delle linee, qui e là .
Scansava già da lontano i passanti che gli venivano incontro. Ma era anche altruista, il signor Augusto, perché non solo per se stesso soffriva. Provava un’irragionevole pena anche nell’incrociare lo sguardo confidente di persone più indietro nella vita che, a loro volta, stavano trascurando ciò che lui aveva trascurato. Non sapevano che stavano costruendo un rammarico.
E le tante persone che avevano incrociato i suoi passi, che fine avevano fatto? Se lo chiedeva spesso, e immaginava le loro traiettorie nella vita incrociarsi all'infinito, come matasse di fili dentro un mappamondo.
Dov’era, ora, quella ragazza dagli occhi celesti e il naso piacevolmente a punta, per esempio, che per mesi lo aveva osservato, in adorazione capiva oggi, poggiata al muretto di fronte alla sua bottega?
Gli tornava in mente, adesso, quel repentino decidersi che, di tanto in tanto, la faceva entrare da lui a comprare un taglio di stoffa di cui non aveva bisogno. Gli parlava di altre cose, mentre fingeva di interessarsi al tessuto e si umettava le labbra, tesa, nella speranza di potergli rubare un sorriso e, perché no, una promessa, se non un impegno.
Emilia, si chiamava, se la memoria non lo tradiva.
Perché l’aveva sempre lasciata andare sconfitta? Eppure gli piaceva, la trovava attraente, e si era affezionato, in fondo, a quello sguardo celeste che rischiarava la strada.
Emilia…
Lo turbavano anche le ultime teorie della fisica, quelle che studiavano la Quarta dimensione, lo Spazio-tempo, i Quanti… roba misteriosa, di cui riusciva a cogliere vagamente solo le ipotesi conclusive. Gli rimanevano sempre avvolti nella nebbia i passaggi intermedi, i profili scientifici più profondi.
Faceva fatica a concepirla quella faccenda dello Spazio-tempo come dimensione unica, che si poteva deformare. Ma lo affascinava l’idea che potesse esistere un mondo senza un prima e un dopo. Un mondo in cui infiniti orologi segnavano il tempo di ognuno, in ogni momento e in tutti i luoghi. Come poteva essere possibile?
Era una teoria controintuitiva, come i Quanti, il cui comportamento, dicevano, dipendeva dalla probabilità , nella quale l’osservazione aveva un ruolo essenziale.
A sentir loro, niente esisteva se non in relazione a un osservatore. Era un concetto che alimentava il dubbio dell’esistenza stessa di una realtà uguale per tutti.
Come se il colore o la qualità del tessuto delle sue stoffe restassero ignoti, indefiniti, sin quando qualcuno non indicava una pezza sullo scaffale alle sue spalle: "… quella, signor Augusto… esatto, quella rossa sul terzo scaffale…" Solo allora quella stoffa si materializzava?
E prima dov'era? Eppure, sì, non poteva negare che sino a quando la signora non l'aveva indicata, quella e il suo colore erano rimasti confusi tra tutto il resto delle qualità , e dei colori, di tutto lo scaffale. Funzionava così?
E lì si perdeva a immaginare le conseguenze pratiche di quelle teorie. In quel mondo di realtà relative, le persone, si chiedeva, che fine avrebbero fatto? A quale età si sarebbero sostanziate?
Oddio, in assenza di un tempo assoluto, uguale per tutti, non avrebbero avuto un’età . Ognuno ne avrebbe avute tante quanti erano, o erano stati, e sarebbero ancora stati, gli osservatori.
Come se tutto fosse un magma da cui solo l’osservazione riusciva a isolare un’istantanea. Anzi, non una, ma tante istantanee, infinite, quanti potevano essere gli osservatori e i momenti in cui osservavano.
C'era una ragazza seduta sulla panchina del giardinetto alla sua destra, con dei libri in mano, e un'espressione dolente. Aspettava qualcuno che era in ritardo? O che aveva cambiato idea, e non sarebbe mai arrivato, gli suggerì un lontano ricordo.
Gli fece tornare alla mente quella ragazza esile, dallo sguardo triste, che lo sbirciava dal balcone quando ci passava sotto.
Cos’era stato lui ai suoi occhi? Forse solo dei capelli neri che marcavano l'andatura presuntuosa della gioventù, o magari era un tuffo al cuore, una malinconia, una stizza perché non sollevava mai lo sguardo?
Fu quello il momento in cui il suo cervello elaborò un'intuizione inattesa: a quel punto, ogni cosa, ogni persona, ogni fatto che credeva d'aver vissuto poteva ben essere nient'altro che la rappresentazione elaborata dal suo cervello!
Ma certo!
E dentro il suo cervello Emilia poteva essere, ancora e per sempre, lo sguardo celeste che lo carezzava, in attesa, le labbra umide che scoprivano denti perlacei, ancora e per sempre. Almeno fino a quando non l’avesse rivista. Certo!
E il maestro, che alle elementari lo rimproverava per non aver capito come si scriveva il segno di gnomo, sarebbe rimasto per sempre con la giacchetta a doppio petto che indossava in quei giorni e i capelli ondulati, imbevuti di brillantina.
Quindi, ognuno, ogni osservatore, avrebbe avuto il proprio mondo, la propria realtĂ , dove il tempo curvava e poteva avvoltolarsi su se stesso in ogni direzione.
Difficile, complicato… e tuttavia non privo di aspetti positivi, a pensarci bene!
E già , a quel punto, anche lo stupore delle rughe trovava la sua ragione, come l’ingiustizia! Tutte le sue conoscenze, per come le aveva maturate sin lì venivano travolte da un nuovo punto di vista, che azzerava l’ultima istantanea, dava plastica rappresentazione del tempo comunque trascorso, e rendeva il paragone grottesco.
Alla sua mente, certo, perché coloro che quelle persone avessero incontrate più recentemente di lui ne sarebbero state turbate assai di meno, o per nulla.
Complicato, certo contorto, ma forse corrispondente alla veritĂ del suo cervello. Per lui Emilia non era una vecchia signora, offesa dal volgere degli anni; e la ragazzina esile sul balcone non era la signora sformata che stava spingendo il carrello di un supermercato in quel momento.
Il suo mondo, la realtĂ del signor Augusto era davvero quella che il cervello percepiva e conservava.
E si immaginava tante stanze, dentro ognuna delle quali la sua osservazione fissava realtĂ in continua evoluzione. Solo che le stanze erano infinite, in ogni direzione, un labirinto di stanze attraverso il quale veniva trascinato dalla vita.
Se fosse stato capace di un’ulteriore introversione controintuitiva, avrebbe saputo restare dentro la stanza delle occasioni perdute. E lì avrebbe recuperato anche parte del rammarico, se solo avesse saputo apprezzare la cristallizzazione della malinconia, e pascersene.
Camminava spedito, metodico, con in mano la vecchia borsa marrone, logorata anch'essa dagli anni, avendo cura di non calpestare le foglie.
E già gli si affacciava alla mente un’altra domanda difficile: come sarebbe finita quella storia di cui aveva consapevolezza di aver percorso, senza leggerli per bene, la maggior parte dei capitoli?
Già , perché non si era ancora trovata una teoria definita sul luogo, se mai ce ne fosse uno, dove sarebbe andata a finire, quando andava via, quella cosa che ognuno sentiva dentro di sé, che lo faceva pensare, soffrire, gioire.
Anima, la chiamavano alcuni, spirito, energia altri. Tanti, infine, non la consideravano proprio, anche se dovevano pur ammettere che qualche cosa doveva essere accaduto se prima quel corpo era caldo e si muoveva, e adesso no. Ci doveva per forza essere qualcosa in meno.
Ma forse sostenevano quella tesi solo sino al proprio intiepidimento. Chi sa!
E quella cosa che lasciava l'involucro aveva una sua propria dimensione, magari impalpabile come essa stessa?
Fece un passo giĂą dal marciapiedi per cederlo a una signora col pancione, che avanzava nella sua stessa direzione, e sorrise, al pensiero di una nuova vita, rimettendosi sul marciapiedi, in linea col filo delle mattonelle.
Non c'erano tante persone a quell'ora del mattino: gli era sempre piaciuto arrivare per primo in ditta, talvolta anche con un'ora di anticipo, e non per ingraziarsi la proprietĂ . No! Lo affascinava il senso di quiete che le scrivanie vuote, inanimate, sapevano dargli.
Anche quel giorno sarebbe stato il primo, e questa prospettiva lo fece sorridere, mentre scansava un gruppo rumoroso di ragazzini in attesa dell'autobus.
Lui non lo usava quasi mai: meglio il marciapiede, era piĂą ordinato, nonostante le foglie. E piĂą sicuro della strada, dove un autobus stava per mettere sotto quel ragazzino scappato dalla mano della mamma per raggiungere i compagni sull'altro ciglio della strada.
Il ragazzino e l'autobus…
Il signor Augusto agitò un braccio, e urlò per attirare l'attenzione dell'autista del mezzo.
Ma quello stava guardando nello specchio interno, certo disturbato dalla torma di passeggeri rumorosi. Non l'avrebbe visto per tempo…
Non si rese neppure conto del salto che aveva fatto per spingere il ragazzino lontano dall'autobus. Ma ci riuscì, con una prontezza che non sapeva di possedere. Via, in salvo!
Sentì solo il colpo sordo del vetro di un fanale che si fracassava contro la sua testa, appena un attimo prima che quella cosa impalpabile che aveva dentro se ne andasse per sempre.
Adesso, almeno, avrebbe saputo qual era la sua stazione finale.