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Copertina di Operazione acqua di felce
Romanzo

Operazione acqua di felce

Calabria, fine anni Sessanta. La vita di un piccolo paese dell'Aspromonte, Villalba, viene sconvolta dalla notizia della morte di Paolo Grifo, il giovane erede di una delle famiglie che contano nella 'ndrangheta locale. Lo hanno trovato riverso tra le felci, in una radura sulla montagna, ucciso con un colpo di pistola alle spalle. Il nuovo comandante della Stazione dei Carabinieri, il maresciallo Giuseppe Gattullo, non ha ancora avviato le sue indagini che il paese è scosso da un secondo misterioso fatto. Davanti alla saracinesca dell'emporio di Villalba durante la notte qualcuno deposita su un lenzuolo la testa mozzata di un gallo, una pera tagliata in due pezzi, un’ampolla di vetro riempita a metà di vino e un tozzo cero che, prima di spegnersi, aveva lacrimato sopra una ciocca di capelli nero corvino. Un avvertimento? Una minaccia? E a chi? Tutti in paese si aspettano che scorra il sangue della vendetta dei Grifo, e il maresciallo Gattullo è costretto a condurre le sue difficili ricerche in un ambiente che non ama certo la legge, aiutato da un personaggio inconsueto, la bellissima e misteriosa 'magara' del paese.

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Le prime pagine lette dalla voce dell'autore

Capitolo I

Mi volta le spalle, sprezzantemente. Non posso lasciarlo andare. Non così. Lo ammazzo!

Faccio un passo in avanti, inciampo in uno sterpo, barcollo, scivolo e, quasi istintivamente, il mio indice si contrae sul grilletto della pistola.

Il rumore secco dello sparo spezza il silenzio del bosco e rimbalza, interminabile, tra le felci e gli alberi che fanno da corona alla radura, in un'eco prolungata che mi sorprende. Quasi fossero spari ripetuti.

Un piccolo pezzo di piombo, appena più grande di uno dei bottoni della mia camicetta, è già penetrato tra le scapole indifese dell'uomo che mi ha voltato le spalle per raggiungere l'auto parcheggiata sul ciglio della camionabile.

Senza un grido, lui rimane per un momento immobile; poi, stramazza lentamente tra le felci alte.

Ora tutto è silenzio intorno a me. Gli alberi secolari hanno lo stesso aspetto di prima, il vento leggero che ne accarezza le cime non ha smesso di soffiare e dalla camionabile, appena oltre gli alberi che fanno da corona alla radura, non giunge alcun rumore. L'eco dello sparo si è spenta; è rimasto solo il suo odore, aspro, a coprire il profumo della ginestra che macchia di giallo il verde, altrimenti non interrotto, che mi circonda. Pochi secondi e tutto è ritornato a posto.

No! Adesso ci sono anche altre felci scomposte, schiacciate dal corpo di lui, oltre quelle che ci hanno fatto da letto appena pochi minuti fa, quando ero ancora tra le sue braccia. Uno schiocco, l'odore acre dello sparo, un piccolo pezzo di piombo e quel corpo, tante volte amato, giace ora di nuovo tra le felci alte.

Da solo.

Dovrei scappare, dovrei sentire il cuore martellarmi in petto, l'emozione togliermi il fiato, la colpa travolgermi e, perché no, qualche lacrima velarmi lo sguardo. Nulla! Neppure il sollievo d'averlo fatto, di essermi liberata di lui, delle sue volgari risate, della sua arroganza, delle sue braccia forti, di quel barlume d'amore che talvolta mi è sembrato di leggere nei suoi occhi scuri. Com'è stato facile! E com'è sproporzionato il risultato di quel gesto. Solo una leggera pressione sul grilletto della pistola che lui portava sempre con sé, e che mi ha lasciato in mano voltandomi le spalle nell'ennesima dimostrazione del suo potere. L'ultima!

Resto immobile, assente, a cercare nel silenzio che mi circonda un segno di normalità, il braccio inerte lungo il fianco, inconsapevole della pistola che ancora stringo in pugno. Poi, meccanicamente ripulisco l'arma con un lembo della camicetta, mi accosto al corpo di Paolo, e la lascio cadere al suo fianco.

Adesso devo rientrare in paese.

Imbocco la via dei campi, quella stessa che ho percorso nella direzione opposta qualche ora fa per incontrare il mio uomo. Scendo giù per la campagna, attraverso la camionabile che qui e là interseca il mio cammino. Non incontro anima viva. Del resto, di domenica non ci sono contadini in giro, e le rare automobili in circolazione, evidentemente, hanno altre destinazioni.

Mi stupisce ancora la mia freddezza, quel gelo che sento dentro e, nel contempo, il sollievo che mi riempie il petto, la sensazione di libertà che la vaporosa gonna mi trasmette frusciandomi tra le gambe al ritmo dei miei passi, in una carezza che sa di fresco, di indipendenza riconquistata. Respiro a pieni polmoni i profumi d'inizio estate che colora tutta la vallata a tinte forti, prepotenti.

Ancora poche ore prima il mio corpo aveva bruciato di passione, nell'attesa delle sue mani, del suo pronto ardore. Sono contenta? Non saprei rispondere. Non è stato un gesto premeditato, tirare quel grilletto, non l'ho pensato consapevolmente; non ho analisi da fare: emotivamente ho agito ed emotivamente sento, adesso, di essermi lasciata alle spalle un pezzo di vita.

E non lo rimpiango.