Il tempo di Nino
A Reggio Calabria, sullo spirare degli anni ottanta, la seconda guerra di 'Ndrangheta insanguina la città al ritmo di un morto ammazzato ogni due tre giorni.
Per anni.
In quel contesto, il maresciallo dei Carabinieri Giuseppe Gattullo cerca la spiegazione di un omicidio anomalo, quello di un anziano signore ultra ottantenne finito con un solo colpo di pistola di piccolo calibro alla fronte.
Riposa poggiato al fusto di un grande ulivo, come vi fosse stato composto con un gesto di umana pietà.
Cos'ha da spartire con gli altri omicidi, consumati con fucili a canne mozze e pistole di grosso calibro?
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Capitolo primo
Nino non conosceva il tempo. Non lo sentiva passare, non lo misurava.
Per lui c'era solo il tempo della semina, o della raccolta delle castagne, del freddo o del fiorire dei campi, del sole che brucia la pelle, della neve.
E poi c'era il tempo, breve, delle cose che accadono, e quello, lontano, delle già avvenute. Delle future non si curava, se non nella misura in cui sapeva che sarebbero dovute accadere per forza.
Tutto il resto, lo scorrere delle ore, dei giorni, gli scivolava addosso inavvertito, impercettibile. Ignoto.
Quando lo aveva conosciuto, una ventina d'anni prima, Giuseppe Gattullo era poco più di un ragazzo in cerca di un futuro, che ancora non sapeva immaginare.
Il 20 luglio del 1969 l'afa l'aveva fatta da padrona, e a sera don Nino era seduto sull'uscio di casa, alla periferia nord della città, a cercare refrigerio nella leggera brezza che saliva dal mare.
Non era particolarmente anziano, ma non aveva avuto una vita facile, e agli occhi del giovane sembrava più vecchio della sua età. Teneva le mani in grembo, e aveva l'aria di non condividere l'entusiasmo con cui l'altro, ancora eccitato per le immagini rubate al televisore del bar, gli aveva comunicato che gli astronauti americani erano sbarcati sulla Luna.
Dapprima lo aveva fissato incredulo, e poi, atteggiando il viso all'offesa: «mi dispiaci i tia! Daveru cridi chi rrivaru supra a Luna? E voi mi nci cridu pur'eu!»1 Si era stupito.
Quindi aveva restituito la propria attenzione alle mani, e a quelle dita nodose, che avevano attraversato i tempi della vita che si portava sulle spalle.
Era stato in America, Nino.
Ci era andato, come tantissimi altri corregionali, a inizio secolo, dopo la Prima Guerra Mondiale e, come tutti gli altri, aveva viaggiato in terza classe, su un piroscafo che aveva impiegato più di un mese per raggiungere New York.
Ma lui non contava il tempo, e si riferiva a quel periodo con "Quandu stava iendu a Merica"2, mentre "quand'era 'nta l'isula"3 marcava quello dell'attesa. Non avrebbe saputo indicare quanto ci si fosse trattenuto, laggiù, alla vana ricerca di fortuna, ma era arrivato giusto in tempo per incappare nella grande depressione, "quandu si muriva i fami puru a Merica",4 ed era tornato presto.
Dopo essere stato rimproverato per la sua asserita creduloneria, Gattullo aveva cercato di recuperare un rapporto amichevole, chiedendogli altre notizie sulla sua vita ma, dopo una breve pausa di riflessione sull'opportunità di rispondere a quel ragazzino "mbuccalapuni"5, Nino gli aveva detto solo che dopo era stato in guerra, a colonizzare l'Africa e, quindi, ancora col fucile in mano, in Jugoslavia, alle prese con ribelli e partigiani.
«Quando?» Lo aveva sollecitato, esitante.
«Quandu nc'era a guerra", era stata l'inevitabile risposta.
Niente da fare! Quell'uomo identificava il tempo con lo spazio che lo aveva contenuto, con gli avvenimenti che lo avevano riempito.
Non gli aveva mai sorriso. Eppure, Giuseppe aveva la sensazione di non essergli sgradito.
C'era una Seicento parcheggiata vicino alla porta della casa di Nino, e Gattullo ci si era appoggiato di spalle, mentre il vecchio sembrava chiedere alle nocche delle proprie mani se dare altra confidenza a quel ragazzo.
Ma, in fondo, non gli dispiaceva ricordare, e aveva ricominciato a parlargli, infine. Gli aveva raccontato dei sotterranei di "Nevarchi", di "bisinissi" e di bombe di mortaio, "apparecchi chi mitragliavanu i cristiani, d'aria 'mbilinata"6, e di ufficiali che ordinavano l'assalto con la pistola in mano, per fare capire bene ai propri sottoposti che l'avrebbero usata senza esitazione contro chi non avesse prontamente obbedito.
Seppure con frequenti pause di riflessione e repentini cambi d'argomento, come si imponesse di non scendere nei dettagli del proprio dire, don Nino aveva raccontato le proprie storie per una mezz'ora, e non si era fatto scrupolo di evitare più di tanto la disinvoltura con la quale da giovane aveva affrontato la vita: raccontava storie comuni per i tempi in cui si erano svolte; vicende ordinarie, di persone normali che avevano dovuto faticare, non sempre dentro i confini della legge, per mettere insieme pranzo e cena.
Sopra di loro la Luna mostrava solo uno spicchio del proprio faccione, pallida e lontana come sempre, quando don Nino, dopo aver data un'ultima occhiata al blu scuro del cielo, fece dono al giovane di un ultimo sguardo di rammaricata commiserazione.
Reggio Calabria, sullo spirare degli anni ottanta.
Adesso il tempo di Nino era finito, comunque lo si volesse considerare. Se n'era fatto carico un pezzo di piombo, piccolo meno di un'unghia, che gli aveva aperto un foro in testa.
- Mi stupisco di te! Davvero credi che sono arrivati sulla Luna? E pretendi che ci creda anche io! ↩
- Quando stavo andando in America. ↩
- Quando ero sull'isola. ↩
- Quando si moriva di fame anche in America. ↩
- Credulone. Più letteralmente persona che sta a bocca aperta per la meraviglia e inghiotte anche le api, tanto è pronto a credere a tutto. ↩
- Aeroplani che mitragliavano le persone, d'aria avvelenata. ↩